Di fronte a problemi che sfidano l’intelligenza di ciascuno di noi, emerge l’inconsapevole miseria che spesso assume il dibattito delle idee a sinistra. La crisi in atto mette a nudo non solo le contraddizioni strutturali immanenti al capitalismo ma soprattutto lo iato tra la presenza delle condizioni oggettive di un conflitto di massa e della costruzione di un nuovo "blocco storico" e la drammatica arretratezza delle condizioni soggettive, di quelle politico-organizzative e persino delle forme di coscienza. Da un lato precarietà, disoccupazione, bisogni primari insoddisfatti tra le classi subalterne, impauperimento degli stessi ceti medi e intellettuali, crescita del proletariato nero e islamico nelle metropoli, primi cedimenti del primato economico statunitense, crescita e sganciamento di alcune ex-colonie…; dall’altro la nostra esasperante debolezza, la retorica populista, la reiterazione immaginaria di battaglie già combattute e già perdute, l’incapacità di legare tutte queste cose con il filo del ragionamento e della linea politica. Se dalla crisi si uscirà a destra, e cioè con una guerra tra poveri - tra bianchi e neri - dalle conseguenze inimmaginabili, sarà anche per le nostre insufficienze.
Una terribile fase politico-sociale impone oggi l’unità dei comunisti come condizione minima per accumulare forze e resistere e non si capisce con quali argomenti razionali si possa respingere una prospettiva così elementare. E’ superfluo contestare le tesi di chi a questo percorso si oppone (spinto più che altro dal timore di perdere rendite di posizione consolidate). Molto meglio perciò spostare il confronto su un terreno più importate e cioè su quello del profilo politico-culturale della forza comunista che è necessario sin d’ora costruire.
Ovviamente, la semplice unità dei comunisti non basta. E’ necessario anche comprendere che la fase è fortemente mutata rispetto al ciclo fordista-keynesiano e alla Guerra fredda. Ogni ipotesi redistributiva è irrealistica, ad esempio, se prima non si conquista una forza relativa dalla quale siamo molto lontani. Ma se tale forza si recupera oggi presidiando in maniera organizzata e coerente i conflitti, importa molto il profilo politico autonomo dell’unità comunista e la sua alterità rispetto a improbabili e minimizzanti ipotesi di gestione moderata della crisi (il “patto dei produttori”). Così come importa, d’altro canto, l’alterità dei comunisti rispetto a fantasiose nuove sinistre, che pretendono di aver capito tutto delle trasformazioni in corso e di aver superato misticamente il Novecento, il conflitto capitale-lavoro, la geopolitica e, in sostanza, la politica stessa ma che si rivelano subalterne e solidali rispetto all’offensiva delle classi dominanti.
Lo stesso discorso è possibile fare rispetto ad altre grandi questioni del nostro tempo, come il rapporto tra socialismo e mercato, socialismo e religione, socialismo e questione nazionale, socialismo e diritti umani: da qualunque parte prendiamo il problema, esso ci dice una cosa sola e cioè la necessità di ricostruire l’autonomia intellettuale e politica dei comunisti, di sfuggire alla condizione di subalternità ideologica che abbiamo ereditato dalla nostra sconfitta e che ci porta a ragionare con le idee e le parole dell’avversario. Questo profilo autonomo, però, si acquisisce soltanto a partire da un’elaborazione culturale e teorica di lungo periodo che sappia innervare la linea politica dandole un respiro strategico, sottraendola al piccolo cabotaggio delle scadenze elettorali o delle lotte interne. Una cosa che sinora non c’è mai stata.
Questo è oggi il problema più rilevante, un problema che anche le attuali forze comuniste presenti sulla scena politica hanno sempre aggirato e dal quale sono state alla lunga travolte: il partito comunista costruisce la propria organizzazione e le proprie proposte politiche a partire da una riflessione profonda sulla realtà e da un progetto teorico-culturale nel quale deve investire in maniera strategica (e che deve dotare dei necessari strumenti). Un progetto che sia aperto alla necessaria ricerca e sperimentazione. Ma che sia anche solido e rigoroso, non si disperda in eclettismi e inutili sincretismi e mantenga l’aspirazione a quella “scientificità” che è il lascito più importante del materialismo storico. Muovendo da questa esigenza che più volte Marx, Gramsci e Lenin hanno richiamato, è possibile far incontrare sin d’ora quelle forze che nel PRC e nel PdCI, ma anche fuori, si riconoscono in un patrimonio comune di idee e farne un elemento catalizzatore di questa nuova sfida politica, il partito comunista del XXI secolo. Ed è possibile riportare il marxismo nel vivo di quel dibattito culturale dal quale è stato bandito anche per responsabilità nostra, rendendolo nuovamente capace di egemonia.
tratto da "L'Ernesto".



